Dopo giorni di deserto, silenzio e insegne spente, ci si dirige verso una città iconica ed unica. Ed è il finale perfetto: il contrario esatto di tutto quello che hai attraversato.
In questo articolo ti porto al mio traguardo (alternativo rispetto al classico arrivo a Los Angeles): gli ultimi chilometri di Route 66 tra Hackberry e Kingman, l’ingresso a Las Vegas, il cimitero delle insegne al neon e la chiusura del viaggio. Perché sì — la mia Route 66 non finisce sul Pacifico, finisce qui. E ti spiego il motivo della mia scelta.
🎲 Scheda della Tappa — il regolamento in breve
- 👥 Giocatori: in solitaria, in coppia o in squadra
- ⏳ Durata partita: due giorni pieni, più il giorno della partenza
- 📅 Stagione di gioco consigliata: primavera o autunno; d’estate si esce solo di sera
- 🚗 Setup (come arrivare): in auto fino a Las Vegas, poi si riconsegna e si va a piedi o in bus
- 🎯 Missione principale: la foto sotto l’insegna Welcome to Fabulous Las Vegas
- 🎁 Missioni bonus: il negozio di giocattoli famoso grazie a Pawn Stars + lo schermo più grande del mondo
Gli ultimi chilometri veri: Hackberry e Kingman
Prima del finale ci sono ancora due caselle della Route 66 autentica. La prima è l’Hackberry General Store, un vecchio emporio in mezzo al niente diventato museo spontaneo della Mother Road: pompe di benzina d’epoca, insegne smaltate, auto d’epoca nel piazzale e una Corvette rossa parcheggiata lì da sempre. È polveroso, disordinato e perfetto!
Poi Kingman, ultima città prima del confine, con i suoi diner e le sue insegne al neon. Da qui in poi la strada punta verso il Nevada e cambia genere: il deserto si apre, il traffico aumenta, e a un certo punto — all’orizzonte — compare una città che sembra un miraggio a luci sfavillanti.
L’insegna: il traguardo che qualcuno ha regalato a tutti
L’arrivo a Las Vegas ha un rito fisso: la foto sotto l’insegna “Welcome to Fabulous Las Vegas”, piantata all’ingresso sud della Strip dal 1959.
Dietro c’è una storia che adoro. La disegnò Betty Willis, che lavorava per un’azienda di insegne al neon, e quando fu il momento decise di non registrare il copyright. Un gesto deliberato: la considerava un regalo alla città, e voleva che chiunque potesse usarla. Ha avuto ragione lei — quella stella e quelle lettere sono finite su magliette, tazze, adesivi, tatuaggi e su ogni souvenir del pianeta, e proprio per questo sono diventate il simbolo assoluto di Las Vegas. La sua generosità è stata una mossa vincente.
Fremont Street e il cimitero dei neon
La Strip la conosci già dai film: gli hotel a tema, la fontana del Bellagio, la finta Venezia, la finta Parigi. Ma la parte che ti consiglio davvero è Fremont Street, la Las Vegas vecchia — una strada coperta da una volta di schermi luminosi, coi casinò storici, i musicisti di strada e le insegne originali degli anni ’50.
A pochi minuti a piedi c’è un’ attrazione della città: il Neon Museum, che tutti chiamano il boneyard, il cimitero delle ossa. Un cortile all’aperto dove riposano le vecchie insegne smontate dagli hotel demoliti: lettere alte tre metri, frecce, cocktail luminosi, cavalli e scarpette. Da visitare verso sera, quando le accendono: dopo quindici giorni passati a fotografare neon lungo la strada, è la chiusura perfetta del cerchio.
La missione nerd: Las Vegas è, letteralmente, un gioco da tavolo
E qui il viaggio si chiude come doveva chiudersi. Perché Las Vegas non è solo simile a un gioco: è un gioco da tavolo, e molto divertente!
Si chiama proprio Las Vegas, lo ha firmato il tedesco Rüdiger Dorn nel 2012, e funziona così: sei casinò sul tavolo, mazzette di dollari da distribuire e otto dadi a testa. Ogni turno lanci, scegli su quale casinò piazzare i dadi, e alla fine chi ha più dadi in un casinò ne incassa la banconota più grossa. Sembra semplicissimo, e infatti lo è — ma la parte divertente è che ti passi metà partita a rovinare i piani degli altri. Fu nominato Spiel des Jahres nel 2012, il premio più importante del settore.
Ecco, se cerchi il souvenir giusto per chiudere questo viaggio, lo hai trovato: è una scatola con sei casinò e quaranta dadi dentro. Ci giochi a casa, in inverno, e ti torna in mente il deserto!
Missione bonus #1 — il negozio dei giocattoli. Dentro il centro commerciale Neonopolis, su Fremont Street, c’è The Toy Shack, la bottega di giocattoli vintage diventata famosa grazie alle comparsate nel programma Pawn Stars: migliaia di Hot Wheels, action figure di Star Wars ancora in blister, G.I. Joe e robot anni ’80. Se sei cresciuto negli anni giusti, preparati a un’ora di “ce l’avevo anch’io!”.
Missione bonus #2 — il pianeta luminoso. Alza gli occhi e cerca la Sphere, la sfera gigante che è insieme edificio e schermo: da fuori diventa un occhio, un’emoji o un pianeta; da dentro ospita spettacoli immersivi che avvolgono lo spettatore su tutti i lati. È il pezzo di futuro che chiude un viaggio fatto tutto di passato.
Consigli rapidi per giocare bene questa tappa
- Come muoverti: riconsegna l’auto appena arrivi — in città è solo un costo. Poi bus della Strip, o piedi.
- La regola d’oro del cibo: almeno una cena vera fuori dai buffet, e un hot dog notturno a Fremont.
- Occhio agli orari: il Neon Museum si prenota, e i turni migliori (quelli col buio) vanno esauriti per primi.
- Cosa sapere prima: le distanze sulla Strip ingannano. Quello che sembra “l’hotel accanto” è mezz’ora di camminata.
- L’errore da non fare: arrivare a Las Vegas con un solo giorno. Dopo due settimane di deserto serve tempo per rientrare nel mondo.
E così la partita è finita: quindici giorni, otto stati, dal grattacielo alla duna, dal diner al neon. Se hai seguito il viaggio tappa dopo tappa — grazie, davvero: raccontarlo è stato bello così come condividerlo.
Ora tocca a te: quale casella ti sei segnato per primo? Dimmelo nei commenti, sono curiosa di sapere cosa ti ha colpito di più. E se vuoi vedere il viaggio vero, con le foto e le facce stanche, seguimi su Instagram @LaViaggiatriceLudica: è lì che la partita va in diretta. 🎲🏁


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